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Ad Elio Perillo, Direttore responsabile di "Il Corriere a sud di Salerno"


Lungo il percorso emotivo e dell’immaginario: lettera a...

di Pasquale Perrotta

Lettera a George,
- bambino uscito salvo dalla feroce e inumana strage di innocenti, tragicamente compiuta da cuori violenti e spietati, cuori di pietra, nella palestra della scuola di Beslan, in Ossezia;
- bambino divenuto una piccola grande fiaccola della vita, che sempre riparte, e della speranza di fidarsi, che riprende a crescere;
- bambino divenuto anche emblema di speranza di redenzione, uno spiraglio di luce, per uomini assassini, e per loro simili, che si sono arrogati il potere di scaraventare un terrore violento, un supplizio straziante, una morte ignorante e serva, senza verità, nella sacralità della scuola, nostra casa comune da cui tutti deriviamo, trasformando un giorno di festa in un giorno di lutto collettivo e universale.

Esisterà mai un delitto più infame di questo? Nulla mai è stato concepito di così atroce.Trattasi dell’atrocità più grande che sia stata deliberata dall’inizio dei tempi e di cui ci sia giunta notizia. Erode e la strage degli innocenti, e prima di Erode gli episodi violenti, raccontati nella Bibbia, dove la prole del nemico veniva passata a fil di spada, fino all’Olocausto, ad Aushwitz. Ma loro, questi uomini-Bestie, estranei alla nostra stirpe, hanno raggiunto a Beslan il triste primato di avere compiuto peggio, molto peggio dei mostri che li hanno preceduti.

Come avrà fatto il sole a levarsi il mattino dopo l’assassinio? Forse per essere una provvidenziale mano calda e tremula di lassù a carezzare questi poveri sfortunati bambini oltre la morte, e forse per asciugare le lacrime del dolore dei vivi?

Per la tragedia vissuta e l’efferato martirio che ha straziato i corpi e le anime di centinaia di bambini, negli ultimi momenti della loro breve esistenza, sentiamo di dovere chiedere scusa anche noi, pure se non abbiamo colpa alcuna. Sì, chiediamo scusa, anche per lenire il grande dolore che ci ha immediatamente coinvolti e che tuttora ci sconvolge.

Carissimo George,
ti scrivo senza conoscerti personalmente e senza che tu possa conoscermi, mentre la percezione che ho di te è quella di averti non solo immaginato, identico a quello che in realtà sei apparso nei teleschermi, ma anche di averti sempre visto nello scorrere della mia vita dedicata ai bambini e al loro meraviglioso divenire. Non avere paura se sono un adulto, a te sconosciuto, ma appartengo fortunatamente a quella gran parte dell’umanità che realizza la componente migliore della propria identità affettiva nell’amore e nella protezione dell’infanzia. Una umanità fatta da un numero indefinito e indefinibile di adulti pronti a difendere l’infanzia, sempre e in ogni circostanza, con il poco o molto che ognuno ha, contro ogni forma di incuria, offesa, maltrattamento, violenza e odio, che nell’insieme possono ferirla, privarla, negarla, disintegrarla, interromperla, drammaticamente ucciderla.

- Un bambino come te, rannicchiato a terra con le mani intrecciate dietro la nuca, e a distanza ravvicinata, molto prossima alle enormi minacciose gambe di un terrorista, truce sequestratore con il mitra puntato;

- un bambino come te, con le tue dolci fattezze, con il penetrante interrogativo del tuo sguardo intelligente stupito incredulo, implorante dinnanzi allo scorrere impietoso dell’orrore;

- un bambino come te, che non smette di rivolgere tutto intorno una domanda infraverbale, certamente più eloquente che qualsiasi domanda parlata o urlata, che riassume un angosciato interrogativo, perché una giornata festosa e comunitaria dell’inizio dell’anno scolastico debba in un lampo trasformatasi in tragedia;

- un bambino come te, che si mostra anche consapevole di non potere ricevere un’adeguata risposta alla domanda implorata, perché manca la verità del dramma incombente, e senza una verità non può quindi esserci risposta;

- ebbene questo bambino, che sei tu, trova immediatamente posto nel mezzo del nostro cuore, che immaginiamo come la parte più calda e protettiva dell’amore umano.

E’ lì che noi vorremmo sequestrarti per amore, lì dove poterti abbracciare, stringere forte il tuo corpo offeso ma fortunatamente illeso, e guardare diritto dritto nei tuoi limpidi occhi, e vedervi scorrere le tristi sconvolgenti immagini dell’orrore, che ti è toccato di vivere insieme a tanti altri innocenti. E’ lì, nel mezzo del cuore, come per magia, la magia dell’amore, vorremmo potere mondare i tuoi occhi per sempre da questa triste visione d’immane tragedia, restituendoli alle immagini dell’innocenza, della curiosità, della fiducia, dell’entusiasmo verso il meraviglioso divenire dell’avventura di crescere.

E’ stato detto e auspicato che noi tutti dovremmo morderci le labbra a sangue per non piangere. Intanto piangiamo lo stesso ed è come una catarsi per tentare di lavare un poco, anche soltanto un poco, l’orrore di questa devastante tragedia, che è stata insieme calvario e crocifissione, e che pertanto ha portato tutti voi innocenti di Beslan alla grandezza e al mistero di Gesù crocifisso.

Carissimo George, se mi fosse rivolta la domanda di indicare qual è l’emblema, la fiaccola della speranza e della vita, risponderei senza esitazione che sei tu a rappresentarla e a raffigurarla. E mi conforta immaginare e augurare che tu ritorni ad essere com’eri prima della tragedia, e che guardandoti in faccia e negli occhi scampati alla morte, che ha giocato lucubremente con te e poi ti ha lasciato andare, tutti possano leggervi la gioiosa fiducia nella ripresa dell’inebriante corsa della crescita e della vita.

Con affetto.
Pasquale Perrotta

Provincia addormentata, settembre 2004

 

Ultima modifica: 12/09/2004 19.07